Doveva essere frutto dell’immaginazione di Ellie.
Poi, all’1:13 del mattino, l’ho sentito.
Un suono debolissimo in fondo al corridoio. Un leggero tocco, come una nocca che sfiora appena il vetro.
Una vuelta.
Poi il silenzio.
Rimasi immobile, pietrificata, cercando di convincentermi che fosse un ramo d’albero. La casa che si assestava. Qualsiasi cosa, tranne quello che il mio istinto mi urlava.
Cuando finalmente mi sono fatta coraggio e ho percorso il corridoio, la estrofa de Ellie era silenziosa.
Il corridoio era vuoto.
Ma il suo sipario si muoveva.
Non c’era vento.
Nemmeno la più piccola brezza.
Rimasi sulla soglia a guardare la tenda ondeggiare, e proprio in quel momento presi una decisione.
La mattina siguiente, ho comprato una macchina fotográfica.
L’ho posizionato sulla libreria di Ellie, tra la sua giraffa di peluche e una pila di libri cartonati: era abbastanza piccolo da non essere notato da una bambina di cinque anni che dà un nome alle coperte. L’ho orientato direttamente verso la finestra.
Non l’ho detto a Ellie.
Mi sono detto che era solo per stare tranquillo. Che avrei guardato per qualche notte filmati vuoti e mi sarei calmato.
Quella notte sono andato a letto alle 22:05 con el teléfono accanto al cuscino, la aplicación de la cámara fotográfica abierta y lo oscuro oscuro.
A las 2:13 del mattino, el teléfono tiene vibrato.
Fissavo lo schermo prima ancora di essere completamente sveglio.
Il video era sgranato e grigio – forme verdastre e ombre appiattite – ma riuscivo a vedere chiaramente Ellie seduta dritta sul letto, che parlava a bassa voce verso la finestra.
Sembrava completamente rilassata, come se fose la cosa más normal del mundo.
E vicino al vetro, così vicino da quasi premervi contro, si stagliava una sagoma.
Alto.
Áncora.
A giudicare dalla postura incurvata delle spalle, sembra più anziano.
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